Evoluzione

Stadio #1 – Lascia fuori tutto il resto

Nel 1809, uno scienziato francese di nome Jean-Baptiste Lamarck arrivò a una conclusione illuminante: l’ambiente costringe gli esseri viventi a cambiare, ad evolversi. Le specie animali hanno sviluppato così gli organi del proprio corpo che li avrebbero salvati dall’estinzione, perdendo invece quelli meno usati. Proprio come le giraffe.
Secondo Lamarck, infatti, in origine sarebbero esistite solo giraffe con il collo corto. Queste, per raggiungere le foglie dei rami più alti, e guadagnando così un vantaggio notevole sugli altri erbivori, si sarebbero sforzate talmente tanto, da sviluppare collo e zampe anteriori, diventati poi caratteri acquisiti dall’intera specie. La trasformazione è graduale, e l’accumulo di piccoli, impercettibili cambiamenti porta, di generazione in generazione, alla comparsa di esseri completamente diversi.
Nonostante Lamarck avesse portato la biologia fuori dal creazionismo, affermando per primo la trasformazione degli esseri viventi nel tempo, di lì a qualche decennio la sua teoria venne letteralmente fatta a pezzi. Uno scienziato ceco che passava il suo tempo giocando con dei piselli distrusse il principio di ereditarietà lamarckiano, prima che un barbuto naturalista britannico formulasse una rivoluzionaria teoria dell’evoluzione fondata sulla “lotta per la vita” e la selezione naturale, nella quale la causa primaria del processo evolutivo era rappresentata dalle mutazioni genetiche, riducendo l’ambiente a un ruolo del tutto secondario, volto a determinare le condizioni più o meno favorevoli per l’adattamento della specie.

Adattamento è sopravvivenza. E la sopravvivenza passa attraverso l’evoluzione, il cambiamento. Ma non può esserci cambiamento senza una crisi, senza uno sforzo. È un percorso lungo, doloroso, che può lasciare dietro di sé un gran numero di perdite.
Oltre gli errori di valutazione commessi da Lamarck, l’immagine della sua giraffa che lotta per non soccombere è potente e di grande ispirazione.

Questo blog ha la pretesa di essere un taccuino nel quale tenere traccia dell’evoluzione dell’uomo moderno. Cosa si è lasciato alle spalle? Quali capacità ha sviluppato? Quali, invece, ha dimenticato? Che cosa dovrebbe imparare per diventare un uomo migliore? Come tutte le indagini sull’evoluzione, anche questa ha un punto di inizio ma non una fine. Delinearne i confini e prevedere quali pieghe prenderà è impossibile. E poi, lontano dall’essere un esperto evoluzionista, mi limiterò semplicemente a osservare quello che mi circonda, raccontandolo e arrotolandolo fino a farne una matassa di immagini, suoni e pensieri difficile da sbrogliare.
Darwin sarebbe orgoglioso di me. O probabilmente mi sputerebbe in faccia. Come forse sputerebbe in faccia a Shonda Rhimes, che lascia alle parole di Meredith Grey una potente riflessione sulla bellezza di lasciare andare tutto ciò che non ci serve.

“Hai presente l’osso sacro? Una volta era la coda. E quel pezzetto rosa all’angolo dell’occhio? Una volta era la terza palpebra. L’appendice ci aiutava a digerire cibi duri, ma adesso non serve a niente. La storia della nostra evoluzione è la storia di quanto ci lasciamo alle spalle. Di quello a cui abbiamo rinunciato. Il nostro corpo mantiene solo ciò che gli serve veramente. Le cose che non ci servono più, le buttiamo via, le lasciamo andare.
Perchè ci fa stare così bene buttare via le cose, scaricarci, lasciarle andare? Forse perchè quando vediamo quanto poco ci serve per sopravvivere, ci rendiamo conto del potere che abbiamo in realtà, nello spogliarci di tutto e restare solo con ciò che ci serve. Nel conservare solo ciò di cui non possiamo fare a meno, ciò che ci serve, non solo per sopravvivere, ma per stare bene”.

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