Evoluzione

Stadio #5 – Far Credere

In Giappone rispondono al telefono dicendo “Moshi Moshi”.
Moshi è un modo per dire “ciao” ma per lo più viene utilizzato per rispondere al telefono. È la versione orientale del nostro “pronto?” – ma pronto chi poi? Per cosa?
E viene ripetuto due volte. Moshi Moshi. E il motivo è molto semplice: all’altro capo potrebbe esserci una kitsune.
Kitsune significa volpe, e nel folklore giapponese rappresenta un essere soprannaturale super intelligente con la capacità di cambiare aspetto. La specialità della kitsune è l’inganno. Può far credere di essere qualcun altro a chiunque e in qualsiasi momento. Il suo unico punto debole è il linguaggio: la volpe ha difficoltà nel pronunciare o comprendere parole e periodi complessi. L’unico modo per smascherarla è metterla alla prova con un trucco linguistico.
Dire al telefono moshi due volte confonde la kitsune, che così si trova costretta a rivelare la sua vera natura.
Per quanto affascinante la tradizione giapponese possa essere, quella dell’inganno è un’arte tutta umana. Prescinde da sesso, età o etnia. La impariamo da piccoli, esercitandola con chi ci vuole bene, la affiniamo crescendo, rivolgendone le trame sottili verso un dio in cui può capitare di imbattersi e, soprattutto, verso noi stessi.
Inganniamo continuamente, anche senza volerlo. Lo facciamo per adattarci, per sopravvivere.
Inizio la dieta da lunedì“. “A casa tutto bene“. “Lui mi ama davvero, sono sicura non lo farà più“. “Con gli atti impuri ho chiuso” (questa chi la dice poi?).
A cavallo tra una bugia e un dogma religioso, siamo pronti a rivolgere nell’inganno cieca fiducia, trasformandolo in un effetto placebo che siamo certi ci farà bene.
È questo il motivo per cui spesso ci mettiamo un po’ a capire che la verità è proprio lì, davanti ai nostri occhi. Da sempre.

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